venerdì 12 giugno 2015

Il mio NO al PARTO INDOTTO



A distanza di 6 anni scrivo del primo evento che ha sconvolto totalmente la mia vita: il parto della mia primogenita Gemma. Proprio ieri parlando con una mia amica, ho ricordato questo evento importantissimo al quale è legato tutto l'avvenire di ogni individuo: l'istante in cui si viene al mondo.
Ricordo che Gemma non voleva nascere, la quarantesima settimana era ormai superata da giorni e come per legge, qui a Treviso, viene previsto il ricovero al raggiungimento del decimo giorno superate appunto le 40 settimane. Era il periodo di Natale e la sua nascita era prevista per il 5 Gennaio.
Le feste erano ancora più belle con la mia bambina in grembo e si sperava che nascesse anche prima, poiché i suoi movimenti in pancia erano decisamente pressanti; a volte vedevo una protuberanza in rilievo nel mio grembo che andava da un punto all'altro. Spesso chiamavo mio marito chiedendogli di parlare alla piccolina per farla stare buona, a me non dava ascolto (già da li dovevo capire cosa mi aspettava).


Il mio pancione era sempre più basso e i miei genitori si organizzavano a partire dalla Sicilia per non perdersi il grande evento. Abbiamo festeggiato insieme il capodanno e poi, la data prevista per il parto è arrivata senza novità. I giorni successivi sono stati intensi e ogni attimo era infinito. Ogni giorno che passava sembrava essere della durata di un mese. Al mattino, ad ogni risveglio, mio padre mi aspettava impaziente e mi chiedeva: " ancora nulla?" ... "no, nulla" rispondevo io.
Mi sentivo in colpa, anzi, mi facevano sentire in colpa. Le telefonate di amici e parenti... a volte mi mancava il respiro, a volte volevo urlare a tutti che la mia bambina non aveva deciso ancora, gli volevo urlare di lasciarmi tranquilla. Ed ecco giunto il giorno del ricovero forzato. Di buon mattino, con il mio borsone pieno di tanta ingenuità, parto, accompagnata da Luca, in direzione dell’ospedale.

Il ricordo di quei momenti mi accompagna ancora come fossero accaduti poco fa.
Era il 15 Gennaio, fuori un freddo tagliente. Mi viene subito applicato un primo gel per stimolare il parto e mi ritrovo a camminare su e giù per i corridoi dell'ospedale per favorire l'inizio del travaglio, ma senza risultato. Al secondo gel mi viene anche fatta una manovra invasiva: spostano il mio utero nella posizione anteriore: un dolore per niente indifferente, ma nulla in confronto a quello che mi aspetta: le prime contrazioni stanno già partendo.
Nel frattempo, arriva anche mio marito, preallertato dall’infermiera, ben coperto per il freddo di fuori e naturalmente impreparato a quello che sta per avvenire.
Lo specchio in cui mi guardo, ormai riflette l’immagine di una donna alle prese con un travaglio e che si prepara a mettere al mondo una vita, la ragazza che mi sono abituata a veder riflessa ormai non c’era più. Evidentemente qualcosa è scattato dentro di me.

Le doglie diventano sempre più forti,  concentrate tutte sulla parte bassa della schiena e si ripetono a breve distanza. Per cercare di “domarle” metto in atto una tecnica imparata al corso yoga pre-parto: canto utilizzando le vocali e fra una contrazione e l'altra cado in un sonno profondo che dura qualche minuto.
In questo tempo di tregua Luca parla alla bambina in grembo, gli racconta del mondo che troverà fuori, descrivendo il sole, gli alberi, il mare... gli racconta di noi che la stiamo aspettando con tanto amore e delle cose che faremo insieme. Lo fa senza perdere di vista il monitor, quando vede arrivare una nuova contrazione, capisce che deve collaborare ad alleviarmi il dolore, premendo forte sulla mia schiena. Non riesco più a controllare il dolore.
Successivamente ho letto in una rivista specializzata che, nel parto indotto, l'utero si apre in maniera involontaria, inviando un messaggio di dolore sconosciuto al cervello che, non riuscendo a gestirlo, lo rifiuta rimandandolo indietro e di fatto non attuando le difese per alleviarlo. È proprio in questo momento che la donna in travaglio è capace di fare di tutto; nel mio caso ho afferrato mio marito e guardandolo negli occhi gli ho urlato: "COL CAVOLO CHE TI FACCIO IL SECONDO FIGLIO!"
Dalle 15.15 il mio travaglio prosegue fino alle 20.00, in una sala parto silenziosa (a parte le mie vocalizzazioni...), con le luci soffuse e con una ostetrica discreta che arriva di tanto in tanto a controllare la situazione. Adesso sento che è giunta l'ora di spingere... la mia bambina vuole uscire ma non ci riesce. Anche questa fase è molto intensa.
Gemma viene al mondo alle 20.45 ed è piena di vernice caseosa. "Questa bambina voleva ancora stare..." è il primo commento dell’ostetrica. Caspita, è come mi avessero dato una pugnalata.


Ancora oggi mi chiedo perché venga fatta questa violenza. Si, il parto indotto è una violenza sia nel confronti della madre che, come nel mio caso, ha dovuto subire dolori atroci, incontrollabili, episiotomia, lacerazioni ovunque, raschiamento dopo il parto e più di un mese di incontinenza post-partum; ancora oggi patisco delle conseguenze.
È uno shock anche per il bambino, che non ha deciso lui di nascere in quel momento. La mia piccola Gemma presenta dei cambiamenti repentini di carattere, come se avesse subito una violenza; ancora oggi trova difficoltà ad affrontare i cambiamenti, come se non fosse ancora pronta, anche in piccoli gesti, come mettersi i calzini, o anche le magliette. Le danno fastidio e tira ripetutamente a se il calzino come se cercasse un modo per farlo passare... mi viene difficile da spiegare.

Un osteopata ha trovato che nella sua testolina tutto è pressato e fuori posto; mi spiegava che nel parto indotto, l'apertura dell'utero in maniera invasiva lascia la muscolatura rigida, poco elastica, e la conseguenza è proprio questa.
In questo momento ho come un nodo in gola, un forte desiderio di voler cambiare le cose, di avere la possibilità di tornare indietro nel tempo ed oppormi al parto indotto. Se il bambino sta bene, che decida lui quando nascere, non deve essere vittima della legge che gli impone il suo destino, non è giusto...
Che possa questa mia testimonianza far aprire gli occhi a chi si trova prossimo al parto, che gli possa dare la forza di opporsi, dire di no! Non fate il mio stesso sbaglio, le conseguenze si ripercuoteranno per tutta la vita di una madre e di un figlio.


Chiaramente questa è stata la mia esperienza, qualcuno lo avrà vissuto in un modo diverso. Da non sottovalutare comunque delle conseguenze che sembrano scontate ma che sono il frutto di azioni ben precisi.


In data 27 Giugno 2015 aggiungo:
Qualche giorno ho avuto occasione di partecipare a un importante conferenza sugli interventi durante il partoE' davvero indifferente il modo in cui nasciamo? 


Ecco cosa dice a riguardo del parto indotto, Dominique Degranges docente di fama internazionale, relatore della conferenza:

"Nel parto indotto si creano disaggi ben precisi.
L'aiuto che si riceve per provocare l'inizio del travaglio e quindi la nascita, creerà al bambino l'esigenza di essere sempre aiutato nella vita, non lo renderà capace di affrontare le decisioni e i cambiamenti poiché non era pronto probabilmente a nascere.
Una nascita aiutata ed indotta non permette di contrastare l'ostacolo che sarebbe stato utile a risvegliare i suoi impulsi di combattività.
Inoltre nel parto indotto, il dolore va oltremisura poiché l'apertura in maniera involontaria dell'utero, invierà un informazione del dolore al cervello che non verrà riconosciuta e quindi sarà rispedita nella zona lombare non permettendo il controllo del cervello. Questa sofferenza sarà ad oltremisura avvertita anche dal bambino con la conseguenza di avere una posizione di autodifesa nella vita che lo indurrà a far del male agli altri o a se stesso. 
Man mano questo atteggiamento lo porterà a spegnersi poiché sarà allontanato dagli altri e quindi escluso dalla società.
Questo lo poterà ad evitare le cose che lo fanno soffrire, il non affrontare gli ostacoli significa non riuscire di conseguenza a trasformarli."

Ho trovato in questa conferenza le conferme di ciò che ho sempre pensato ed è necessario che intervengo in qualche modo per il bene di mia figlia.

"Le primissime esperienze della vita
lasciano impronte nell'essere umano
in formazione ed hanno una forte influenza
sul suo modo di essere al mondo,
di comunicare e di costruire relazioni."

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